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Dietro le quinte di Twister. Quando l’unione fa la forza

Autore: Francesca Guerisoli
data: 25.03.2010



Mostra d'arte contemporanea? Commissione pubblica di opere d'arte? Strumento di promozione e sostegno agli artisti? Intervento di valorizzazione del territorio? Bisogna sommare tutto questo per definire Twister, puntando l'attenzione sul fatto che si tratta della prima esperienza di progetto condiviso sull'arte contemporanea che coinvolge ben dieci istituzioni della Lombardia, tra musei e premi storici: Museo del Novecento, Villa e Collezione Panza, GAM di Gallarate, GAMeC di Bergamo, MAM di Gazoldo degli Ippoliti, Museo Civico Floriano Bodini, Museo d'Arte Contemporanea di Lissone, Fondazione Stelline, Galleria del Premio Suzzara, Premio Nazionale di Arti Visive Città di Gallarate. Ma cosa c'è dietro le quinte di questo grande progetto che vede la creazione di una rete di dieci musei lombardi con la partecipazione di altrettanti artisti (più uno)?
Cominciamo dal titolo: Twister. “Abbiamo cercato un titolo che equiparasse tutte le realtà museali e che avesse una valenza internazionale – afferma Alessandra Klimciuk, Coordinamento comunicazione progetto –. Volevamo dare l'idea di un intreccio di realtà e “twister” in questo è perfetto, in quanto rimanda al gioco che, per essere giocato, ha bisogno di più persone, che danno vita a una serie di incroci. Inoltre 'twister' ('tornado'), indica un movimento dinamico che porta le cose verso l'alto, perciò il termine ci interessava anche per il suo reale significato”.

Twister inaugurato il 3 e il 4 ottobre, dopo un lavoro lungo un anno e mezzo, coordinato da un capofila, la GAM di Gallarate e la sua direttrice Emma Zanella. “Dal punto di vista pratico e logistico abbiamo costituito una rete che ha tutte le intenzioni di proseguire – dice Emma Zanella –. La rete in questo caso non si sta occupando della quotidianità dei musei, come invece spesso accade, ma ha un valore aggiuntivo, ovvero ci permette di proporre iniziative forti che da soli non riusciremmo a portare avanti. La rete poi ci dà un qualcosa in più, soprattutto in termini di comunicazione, che è uno dei problemi più grandi che tutti noi ci troviamo ogni volta ad affrontare”.

Twister si presenta quindi come una sorta di “cappello comune” sulla testa di istituzioni anche molto diverse tra loro, da grandi musei (come quelli milanesi), a medi (come la GAM e Lissone), a piccoli (come Gemonio e Gazoldo), che però traggono tutti vantaggio dal lavoro di squadra. Sono ormai diversi anni che alcuni tra museologi ed economisti parlano della creazione di reti e sistemi museali come di una risposta ad alcune esigenze delle singole istituzioni. Tra questi, Daniele Jalla, Presidente di ICOM Italia dal 2004, e Silvia Bagdadli, Professore di Organizzazione aziendale presso l'Università Bocconi. Le reti – che consistono in una collaborazione paritaria tra soggetti diversi – contemperano infatti le esigenze di autonomia scientifica e gestionale di ciascuna realtà museale con i benefici che possono derivare dall'integrazione di una singola istituzione in un insieme più vasto (1).
La stessa Regione Lombardia ha mostrato già da tempo interesse verso questo modello organizzativo: nel 1998 aveva infatti promosso una ricerca, portata avanti dal CRORA (Centro di ricerca sull'organizzazione aziendale dell'Università Bocconi), sull'organizzazione a rete dei musei (2).

E l'idea di costituire una rete di istituzioni museali d'arte contemporanea è nata proprio da Regione Lombardia – Settore Culture, Identità e Autonomie, che ha già dato vita tre anni fa a “LAC-Lombardia Arte Contemporanea”, un portale che pone in relazione 36 musei lombardi di arte contemporanea (www.artecontemporanealombardia.it). La scelta di Regione Lombardia di puntare sul modello organizzativo delle reti si è vista applicata anche più di recente con la nascita, nel 2008, del circuito delle case museo di Milano (Museo Poldi Pezzoli, Museo Bagatti Valsecchi, Casa Boschi Di Stefano, Villa Necchi Campiglio).

E Twister non è che l'ultimo esempio di lavoro di rete, che punta ben al di là della sola comunicazione. “L'Assessorato di Zanello (Assessorato alle Culture, Identità e Autonomie della Regione Lombardia, ndr) ha riunito tutti noi direttori dei musei coinvolti chiedendoci di ideare una prima iniziativa comune che fosse il presupposto per la creazione di una rete - dice Emma Zanella –. Ci siamo chiesti quale tipo di iniziativa proporre e per fare ciò abbiamo osservato attentamente le nostre realtà, confrontandole, anche fisicamente, muovendoci da un museo all'altro e cercando di capire quali fossero le affinità e quali invece le differenze. Abbiamo capito che non era possibile pensare a una tradizionale mostra itinerante, non ci interessava, così come il far girare tra le diverse sedi le opere delle nostre collezioni. Ci interessava, invece, un discorso propositivo, anche per gli artisti: far sì che questa fosse un'occasione di progettazione nuova e di committenza pubblica (che in Italia è davvero molto difficile ottenere). A ogni museo interessava quindi anche l'acquisizione dei lavori, ovvero fare in modo che questo non fosse solo un evento, ma che portasse un valore aggiunto alle istituzioni museali. Come ultima cosa, ogni museo desiderava che l'artista con cui avrebbe lavorato mettesse in relazione l'istituzione con il territorio: da qui deriva la richiesta di interventi site-specific”.
Da questi presupposti iniziali è nato il concorso internazionale a inviti, un concorso che non ha posto limiti di età. “Anche questa è stata una scelta aperta, nessuno di noi era d'accordo nel dare i limiti dei soliti 30-35 anni, perché ci interessava di più la potenzialità del progetto. Come si può vedere dall'elenco degli artisti selezionati, la maggior parte appartengono a una generazione di mezzo (tra i 30 e i 40 anni). E non ci interessava nemmeno la provenienza geografica, anche se poi, tranne due, gli artisti sono tutti italiani, ma di livello internazionale”.

Nella ricerca degli artisti sono stati coinvolti dieci advisor, segnalati dai direttori dei musei della rete e da altri direttori di musei italiani e non, che hanno contribuito a costruire la rosa iniziale degli artisti nominandone tre ciascuno. “Il nostro compito non era solo quello di fornire i nominativi – dice Anna Daneri, advisor di Twister e Coordinatrice del Corso Superiore di Arti Visive della Fondazione Ratti di Como –, ma anche motivarne la scelta e seguire gli artisti nella preparazione della documentazione iniziale. Il nostro lavoro di advisor è sempre stato autonomo rispetto a quello dei giudici, non li abbiamo nemmeno incontrati e credo che questo garantisca la limpidezza del percorso”.

Dalla risultante lista di nomi forniti dagli advisor e dai direttori è stata condotta la selezione: “Ogni commissario (eravamo in 14) è stato lasciato libero di redigere la propria lista di venti artisti – dice Emma Zanella –. La selezione è avvenuta incrociando le liste, attribuendo un vero e proprio punteggio”. A questo punto è stato chiesto a ogni artista di stendere un progetto site-specific per due dei musei coinvolti e poi c'è stata la selezione definitiva sulla base dei progetti presentati, risultando vincitori Mario Airò per la Fondazione Stelline, Massimo Bartolini per la GAM di Gallarate e Maik e Dirk Löbbert per il Premio Nazionale Arti Visive della Città di Gallarate (sempre alla GAM), Loris Cecchini per la Galleria del Premio Suzzara, Chiara Dynys per Villa Panza, Madame Duplok per il Museo Civico Floriano Bodini, Lara Favaretto per la GAMeC di Bergamo, Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini per il Museo d'Arte Contemporanea di Lissone, più Ofri Cnaani con un intervento “rete nella rete”, che mostrerà l'interazione tra i musei della rete regionale.

Ogni artista selezionato ha quindi iniziato e portato avanti il proprio lavoro autonomamente, confrontandosi esclusivamente con il museo a lui associato. Marzia Milgiora, ad esempio, per il Museo del Novecento ha deciso di partire dalle opere in esso custodite, chiedendo loro – dice l'artista – “di parlare ancora, di essere con noi, di essere contemporanee (...). Il mio intento è stato quello di creare un oggetto, un espediente per far passare tre minuti allo spettatore davanti alle opere”. Si tratta di un oggetto che si attiva durante il percorso di visita dando una suggestione per il fruitore che lo condurrà a intraprendere un viaggio che va al di là della storia dell'arte. Altra tipologia di intervento site-specific è quello di Carlo Bernardini, che ha lavorato con il MAM di Gazoldo: “Il luogo del mio intervento è un piccolo paese che si basa su un'economia agricola, dove è presente anche una fabbrica di lavorazione dell'acciaio. Per il mio lavoro ho utilizzato la fibra e l'acciaio, servendomi quindi di un elemento del territorio, e il disegno prodotto da entrambi sembra uscire direttamente dalla terra”.


Ecco cosa c'è dietro le quinte di Twister e ciò che può fare una rete, le cui potenzialità sono davvero interessanti anche rispetto alla possibilità di captazione di finanziamenti pubblici e privati. “Nel suo corso, il progetto Twister si è ampliato perché abbiamo partecipato a un bando CARIPLO e ci è andata benissimo – afferma Emma Zanella –. Per la prima volta, infatti, CARIPLO ha aperto il bando all'arte contemporanea: il nostro progetto era perfetto ed era già molto maturo, per cui abbiamo provato a partecipare e su cento progetti siamo arrivati primi, ottenendo fondi molto importanti per la comunicazione”.


1-D. Jalla, Il museo contemporaneo, Utet, Torino 2003, p. 179.
2- La ricerca è stata successivamente pubblicata in: S. Bagbadli, Le reti di musei. L'organizzazione a rete per i beni culturali in Italia e all'estero, Egea, Milano 2001.


In copertina: Mario Airó, Loto, 2009, fibre ottiche full light e proiettori © Roberto Marossi


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