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Sostenuti dalla convinzione che nell’ibridazione si crea comunicazione, i due curatori Giacinto Di Pietrantonio e Francesco Garutti hanno organizzato al PAC di Milano la mostra Ibrido – Genetica delle forme d’arte. La comunicazione, infatti, si sposta sempre più su nuovi possibili incroci che creano inedite contaminazioni e che innestano immagini, culture e tecnologie differenti, ibridando tutti i possibili linguaggi contemporanei in una dissolvenza comunicativa dove la differenza prende forma. Se superare il limite del sistema dell’arte significa determinare e diffondere un linguaggio artistico che non impone descrizioni, ma che favorisca le connessioni e le stratificazioni, le opere in mostra possono essere assimilate a pratiche ibride che realizzano la contaminazione di vari ambiti di ricerca in approcci pluridimensionali. I lavori costituiscono così una serie di cellule espositive, ognuna delle quali costituente quella che si può a tutti gli effetti considerare un’opera d’arte totale, per cui il PAC, come ha rilevato anche Garutti, è un luogo espositivo ideale perché fatto di ambienti diversi, di stanze, di angoli e passaggi, […] un grande appartamento milanese, una grande casa-museo, nella quale le opere raccolte possono comporre miniature e allo stesso tempo panorami. È un percorso, quindi, fatto di universi di segni in espansione in cui poter inglobare le metamorfosi del linguaggio artistico, attivare nuovi scambi e decostruire le vecchie icone della memoria per organizzare una dimensione culturale mutevole azzerando la nozione di identità univoca. Se l’ibridazione diviene così anche una nozione per cogliere tutte quelle strategie di riformulazione identitaria che si presentano nel mondo artistico contemporaneo, parallelamente la contemporaneità viene ridefinita come ibridazione tra culture e come riformulazione continua delle identità artistico-culturali. Nuove comunità virtuali, strutture globali di comunicazione, subculture metropolitane, melting pot della cosmopoli mondiale: questo è lo scenario dove l’arte, la cui attenzione da tempo è incentrata sui territori transitori della mutazione e della metamorfosi, sembra infatti esser diventata il luogo privilegiato dell’ibridazione. Lo stesso corpo si è trasformato in un’ibridazione tra organico e inorganico, in una mappa su cui convergono diverse sinestesie, in una topografia su cui le ibridazioni inorganiche possono innestarsi. Attraverso il meticciaggio culturale e stilistico l’arte contemporanea, inoltre, ha estetizzato l’intera struttura sociale, mentre l’artista si è liberato dell’oggetto come medium comunicativo, costituendo tra le proprie creazioni e ciò che le circonda una serie di relazioni filosofiche, antropologiche, politiche, geografiche e tecnologiche. Il pubblico, che gioca un ruolo fondamentale in questa dinamica sociale, può a sua volta stabilire connessioni in quella che Di Pietrantonio ha definito la mostra estesa: un micro-progetto per cui le etichette non contengono solo la didascalia dell'opera esposta, ma anche una piccola immagine che rimanda a un'opera esterna esposta in un altro luogo milanese, in un'altra architettura della città. Per esempio “La Rivoluzione siamo noi” di Joseph Beuys ha un riferimento nella didascalia che invita lo spettatore a vedere il “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo presente nell'adiacente Galleria d'Arte Moderna di Milano. Anche il catalogo è stato concepito come un piccolo progetto di relazioni poiché alle schede critiche sono state sostituite informazioni, notizie, storie e racconti raccolti in contesti lontani dalle arti visive per sympathia, affinità e corrispondenze. Ibrido diventa così un intreccio e non una mera giustapposizione di 58 artisti di diverse generazioni tra cui Getulio Alviani, Joseph Beuys, Maurizio Cattelan, Marco Cingolani, Roberto Cuoghi, Olafur Eliasson, Jan Fabre, Gilbert&George, Damien Hirst, Carsten Höller, Pierre Huyghe, Deborah Ligorio, Marisa Merz, Yasumasa Morimura, Adrian Paci, Giulio Paolini, Michelangelo Pistoletto, Kiki Smith, Rirkrit Tiravanija, Patrick Tuttofuoco, Vedovamazzei, Luca Vitone e Andy Warhol, che genera nuova energia e nuove forme d’interazione per evidenziare ancora una volta come fare arte significa sconfinare nel flusso della vita quotidiana.
in Copertina: Jan Fabre, “Omaggio a Jacques Mesrine (Buste II)”, 2008
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